La posizione della CIM – Confederazione degli Italiani nel Mondo
Il Turismo delle Radici rappresenta una delle idee potenzialmente più importanti sviluppate negli ultimi anni nelle politiche italiane rivolte alle proprie comunità all’estero.
Il principio è semplice e condivisibile: trasformare il legame storico, familiare e culturale di milioni di italo-discendenti con l’Italia in un rapporto concreto con i territori dai quali partirono i loro antenati.
Il progetto nazionale disponeva complessivamente di 20 milioni di euro nell’ambito del PNRR e il 2024 è stato proclamato “Anno delle radici italiane nel mondo”.
All’interno di questo programma è stato realizzato il cosiddetto Bando dei Comuni, rivolto ai Comuni e alle Unioni di Comuni con popolazione non superiore a 6.000 abitanti e finalizzato alla selezione di un massimo di 850 progetti.
L’intuizione era corretta.
Ma, terminata la fase celebrativa, è necessario porre una domanda molto semplice:
quanti nuovi turisti delle radici sono realmente arrivati in Italia grazie a questo bando?
Ed è proprio su questa domanda che, secondo la CIM, emergono i principali limiti dell’esperienza.
Molti eventi non significano necessariamente molti turisti
I risultati comunicati dal Ministero degli Affari Esteri sono apparentemente importanti.
Circa 800 Comuni sono stati selezionati attraverso l’avviso e sono stati organizzati circa 750 eventi, ai quali il MAECI attribuisce una stima complessiva di pubblico superiore al milione di persone.
Sono numeri significativi.
Ma che cosa misurano realmente?
Misurano innanzitutto eventi e partecipazione agli eventi.
Non necessariamente turismo.
Non sappiamo, sulla base dei dati pubblici maggiormente valorizzati dal programma, quanti di quel milione di partecipanti fossero residenti all’estero.
Non sappiamo quanti siano arrivati appositamente in Italia grazie alle iniziative finanziate dal bando.
Non sappiamo quanti pernottamenti aggiuntivi siano stati prodotti.
Non sappiamo quale incremento di spesa turistica sia stato generato nei Comuni beneficiari.
E soprattutto non disponiamo, per il solo Bando dei Comuni, di un dato pubblico che permetta di stabilire quanti italo-discendenti che prima non sarebbero venuti in Italia abbiano deciso di compiere un viaggio delle radici proprio grazie a quelle iniziative.
Questa distinzione è fondamentale.
Un evento organizzato in un piccolo Comune e frequentato da mille residenti rappresenta certamente un’attività culturale riuscita.
Ma non rappresenta automaticamente mille turisti delle radici.
Il rischio di aver confuso la sensibilizzazione con il risultato
Lo stesso bando indicava tra le proprie finalità la sensibilizzazione delle comunità locali sul tema dell’emigrazione italiana e la creazione nei territori di un’offerta turistica mirata ai viaggiatori delle radici.
La sensibilizzazione delle comunità italiane è certamente importante.
Mostre, convegni, manifestazioni, recupero degli archivi e valorizzazione della memoria dell’emigrazione possono produrre un patrimonio culturale significativo.
Ma il Turismo delle Radici dovrebbe compiere un passaggio ulteriore.
Deve portare qualcuno a viaggiare.
Il suo destinatario principale non si trova nel Comune italiano.
Si trova a Buenos Aires, San Paolo, Montevideo, New York, Toronto, Caracas, Melbourne, Bruxelles o in una delle migliaia di comunità italiane sparse nel mondo.
Ed è proprio qui che, secondo la CIM, la strategia avrebbe dovuto essere molto più forte.
L’offerta è stata costruita in Italia. Ma la domanda si trovava all’estero.
Il limite strutturale del modello appare evidente.
Una parte consistente delle risorse e dell’organizzazione è stata concentrata sulla costruzione dell’offerta nei territori italiani: Comuni, eventi, manifestazioni, operatori locali, archivi, itinerari.
Tutto questo era necessario.
Ma non era sufficiente.
Perché il potenziale turista delle radici vive all’estero.
Per raggiungerlo non basta organizzare un evento nel paese dal quale partì suo nonno.
Bisogna prima trovarlo.
Bisogna raggiungerlo nella sua lingua.
Bisogna coinvolgere l’associazione italiana alla quale appartiene.
Bisogna utilizzare i media italiani del suo Paese.
Bisogna ricostruire il collegamento tra famiglia e Comune.
Bisogna trasformare una memoria familiare in una motivazione al viaggio.
E infine bisogna accompagnare quella persona concretamente verso il territorio italiano.
Il MAECI ha effettivamente realizzato attività promozionali internazionali attraverso Italea e ha partecipato nel 2024 a eventi in numerosi Paesi.
Questo lavoro deve essere riconosciuto.
Ma il problema è comprendere quanto questa promozione internazionale sia riuscita a collegarsi direttamente ai singoli progetti finanziati nei circa 800 piccoli Comuni.
Promuovere genericamente il Turismo delle Radici è una cosa.
Portare un discendente di una famiglia molisana, calabrese, siciliana o veneta nel piccolo Comune dal quale partirono i suoi antenati è un’altra.
Le comunità italiane nel mondo dovevano essere protagoniste, non soltanto destinatarie
È probabilmente questo il punto sul quale la CIM esprime la maggiore perplessità.
Le comunità italiane all’estero non avrebbero dovuto rappresentare soltanto il pubblico finale del progetto.
Avrebbero dovuto costituirne una delle infrastrutture principali.
Associazioni italiane, federazioni, circoli regionali, media italiani all’estero, COMITES e altre reti della diaspora possiedono qualcosa che nessuna campagna pubblicitaria può costruire rapidamente:
un rapporto diretto con le persone.
Conoscono le famiglie.
Conoscono le storie dell’emigrazione.
Conoscono i territori italiani dai quali provengono molte comunità.
E soprattutto possono individuare concretamente il potenziale viaggiatore delle radici prima ancora che acquisti un biglietto aereo.
Una parte delle attività internazionali del programma ha certamente coinvolto associazioni e rappresentanze delle comunità italiane.
Ma questo è diverso dalla costruzione di un modello nel quale le organizzazioni degli italiani nel mondo siano strutturalmente integrate nella generazione dei flussi turistici e ricevano strumenti e risorse adeguati per svolgere questa funzione.
La CIM ritiene che proprio questo collegamento avrebbe dovuto rappresentare uno degli elementi centrali dell’intervento.
Dove sono i benefici per le comunità italiane all’estero?
Esiste poi una seconda domanda.
Il programma è stato costruito per gli italo-discendenti.
Ma quali benefici strutturali sono rimasti alle organizzazioni che rappresentano quelle comunità nei Paesi di residenza?
Il beneficio economico immediato del turismo delle radici, per sua natura, ricade principalmente in Italia: strutture ricettive, ristoranti, guide, trasporti, commercianti, produttori e servizi dei territori visitati.
Questo è perfettamente coerente con una politica di sviluppo locale.
Ma se vogliamo contemporaneamente presentare il Turismo delle Radici come una politica per gli italiani nel mondo, allora occorre costruire anche un meccanismo di reciprocità.
Le associazioni all’estero potrebbero diventare centri permanenti di promozione dei territori.
Potrebbero essere sostenute nella digitalizzazione degli archivi dell’emigrazione.
Potrebbero sviluppare programmi genealogici insieme ai Comuni.
Potrebbero organizzare gruppi di viaggio.
Potrebbero diventare punti di collegamento permanente tra famiglie e territori di origine.
In questo modo una parte dell’investimento rimarrebbe anche all’interno delle comunità italiane nel mondo, rafforzandone strutture e capacità operative.
Un milione di partecipanti è un dato impressionante. Ma abbiamo bisogno di sapere chi erano.
Quando un programma pubblico dichiara oltre un milione di partecipanti alle iniziative dei Comuni, la prima reazione è inevitabilmente positiva.
Ma per valutare una politica pubblica non basta conoscere la dimensione del pubblico.
Bisogna conoscere la sua composizione.
Quanti erano residenti nel Comune?
Quanti provenivano da altre parti d’Italia?
Quanti erano cittadini italiani residenti all’estero?
Quanti erano italo-discendenti stranieri?
Quanti avevano organizzato il viaggio grazie al programma?
Quanti hanno pernottato?
Per quanti giorni?
Quanto hanno speso?
Quanti hanno successivamente mantenuto un rapporto con il Comune?
Senza questi indicatori diventa difficile distinguere il successo di una manifestazione culturale dal successo di una politica turistica.
Anche i dati generali sul Turismo delle Radici vanno letti con cautela
Il MAECI riporta che nel 2024 il Turismo delle Radici avrebbe interessato circa 6,6 milioni di viaggiatori e generato un flusso economico nell’ordine di 5 miliardi di euro.
Sono numeri che dimostrano una cosa importante: il mercato del turismo legato alle origini esiste ed è enorme.
Ma proprio per questo dobbiamo distinguere il fenomeno generale dall’effetto specifico della politica pubblica.
Gli italiani e gli italo-discendenti tornavano nei territori di origine molto prima del progetto Italea e molto prima del Bando 2024.
La domanda valutativa corretta non è quindi quanti turisti delle radici siano arrivati complessivamente in Italia.
È:
quanti viaggi aggiuntivi sono stati prodotti dall’investimento pubblico?
Senza questa distinzione rischiamo di attribuire al programma flussi turistici che sarebbero esistiti comunque.
Non un fallimento dell’idea, ma un limite del modello
La CIM non ritiene che il Turismo delle Radici sia un progetto sbagliato.
Al contrario.
Riteniamo che rappresenti una delle maggiori opportunità ancora largamente inesplorate nel rapporto tra l’Italia e la propria diaspora.
La critica riguarda il modello utilizzato.
Troppa attenzione al numero degli eventi rischia di spostare il baricentro dalla persona che dovrebbe viaggiare all’evento che deve essere realizzato.
Il successo non dovrebbe essere misurato principalmente attraverso il numero di manifestazioni organizzate.
Dovrebbe essere misurato attraverso ritorni generati.
Dal bando degli eventi a una politica permanente dei ritorni
Una seconda fase dovrebbe quindi rovesciare la prospettiva.
Non partire soltanto dal Comune italiano chiedendogli di organizzare qualcosa per i discendenti.
Partire contemporaneamente dalle comunità italiane all’estero chiedendo loro di individuare e accompagnare i discendenti verso i territori.
Comune italiano e comunità all’estero dovrebbero diventare due parti dello stesso progetto.
Una parte delle risorse dovrebbe finanziare la preparazione del territorio.
Una parte dovrebbe finanziare promozione, reti e attività nei Paesi di emigrazione.
E soprattutto ogni progetto dovrebbe avere indicatori verificabili: persone raggiunte all’estero, richieste ricevute, viaggi prenotati, arrivi effettivi, pernottamenti, spesa generata, ricerche genealogiche concluse e rapporti mantenuti negli anni successivi.
Dobbiamo avere il coraggio di misurare
Il Bando 2024 ha avuto un merito importante: ha portato il tema dell’emigrazione e delle radici dentro centinaia di piccoli Comuni italiani.
Ma questo non basta ancora per affermare che abbia prodotto risultati turistici proporzionati all’ambizione del progetto.
I dati pubblicamente disponibili dimostrano che sono stati realizzati moltissimi eventi.
Non permettono, almeno allo stato delle informazioni rese pubbliche, di misurare con la stessa precisione quanti nuovi ritorni dall’estero quegli eventi abbiano effettivamente generato.
Questa non è una distinzione terminologica.
È la differenza tra finanziare attività e finanziare risultati.
Per la CIM il Turismo delle Radici deve continuare.
Ma deve cambiare prospettiva.
Meno attenzione alla quantità degli eventi come principale indicatore di successo.
Più attenzione ai viaggiatori realmente raggiunti.
Più presenza nei Paesi dove vivono gli italo-discendenti.
Più coinvolgimento strutturale delle organizzazioni degli italiani nel mondo.
Più collegamento diretto tra comunità all’estero e piccoli Comuni.
E soprattutto più capacità di misurare ciò che rimane dopo che un evento è terminato.
Perché il successo del Turismo delle Radici non dovrebbe essere rappresentato da una piazza piena per una sera.
Dovrebbe essere rappresentato da una persona che, dopo generazioni, attraversa un oceano, arriva nel paese dal quale partì la propria famiglia e decide che quel rapporto con l’Italia non terminerà con quel viaggio.
È questo il ritorno che dovremmo imparare a misurare.
CIM – Confederazione degli Italiani nel Mondo


