Cittadinanza iure sanguinis: quando una riforma diventa una frattura con gli italiani nel mondo

La posizione della CIM – Confederazione degli Italiani nel Mondo

Per comprendere le conseguenze della riforma della cittadinanza italiana del 2025 non è sufficiente leggere le nuove regole introdotte dal legislatore.

Bisogna guardare anche dall’altra parte dell’Oceano.

Bisogna ascoltare le famiglie che per generazioni hanno conservato documenti italiani, cognomi, racconti, tradizioni e rapporti con i paesi dai quali partirono i loro antenati. Bisogna considerare associazioni italiane costruite e mantenute per decenni in Argentina, Brasile, Uruguay, Stati Uniti, Canada, Australia e in molti altri Paesi.

E bisogna comprendere perché oggi una parte di queste comunità si senta tradita dall’Italia.

Non è soltanto una reazione emotiva.

È la conseguenza di una modifica normativa che ha cambiato profondamente un rapporto giuridico e simbolico sul quale generazioni di discendenti avevano costruito la propria relazione con il nostro Paese.

Cosa è realmente cambiato

Con il decreto-legge 28 marzo 2025, n. 36, successivamente convertito nella legge 23 maggio 2025, n. 74, è stato introdotto l’articolo 3-bis nella legge sulla cittadinanza n. 91 del 1992.

La disposizione stabilisce che chi è nato all’estero, anche prima dell’entrata in vigore della nuova disciplina, ed è in possesso di un’altra cittadinanza è considerato non avere mai acquistato la cittadinanza italiana, salvo che ricorra una delle condizioni previste dalla stessa norma.

Tra queste figurano le salvaguardie per determinate domande amministrative o giudiziarie presentate entro il 27 marzo 2025 e, nel nuovo regime, condizioni collegate, tra l’altro, alla cittadinanza esclusivamente italiana di un ascendente di primo o secondo grado oppure alla residenza in Italia del genitore secondo quanto stabilito dalla legge.

La portata della modifica è quindi considerevole.

Non si è intervenuti soltanto sulle modalità attraverso le quali dimostrare una cittadinanza.

Si è modificata la disciplina attraverso la quale la discendenza produce i suoi effetti sull’acquisto della cittadinanza italiana, incidendo anche sulla posizione di persone nate molti anni prima dell’entrata in vigore della riforma.

Il sentimento di tradimento dei discendenti

È precisamente qui che nasce una parte importante della frattura.

Per decenni lo Stato italiano ha riconosciuto nella discendenza uno degli elementi fondamentali della continuità della propria comunità nazionale oltre i confini territoriali.

Generazioni di emigrati hanno trasmesso ai propri figli e nipoti l’idea che quel legame non fosse soltanto sentimentale.

Era anche giuridico.

Molti discendenti sono cresciuti considerandosi parte di una storia italiana iniziata con l’emigrazione dei propri antenati e mai completamente interrotta.

Oggi una parte di queste persone percepisce che sia stata l’Italia stessa a interrompere unilateralmente quel rapporto.

Possiamo discutere della fondatezza giuridica delle diverse interpretazioni della riforma. Possiamo riconoscere la necessità di contrastare abusi, speculazioni commerciali e utilizzi puramente strumentali della cittadinanza.

Ma non possiamo ignorare il sentimento prodotto nelle comunità italiane all’estero.

Perché per moltissimi discendenti il messaggio ricevuto è estremamente semplice: per generazioni l’Italia ci ha detto che eravamo parte della sua comunità; oggi ci dice che la distanza generazionale può essere sufficiente a escluderci.

Ed è questo, prima ancora della questione tecnica, il problema politico e sociale che dovrebbe interrogare le istituzioni italiane.

Discendenza lontana non significa assenza di italianità

Uno degli argomenti utilizzati nel dibattito sulla riforma riguarda la necessità di garantire l’esistenza di un legame effettivo con l’Italia.

La CIM considera legittimo discutere di questo principio.

Ciò che deve essere discusso è il modo in cui tale legame viene misurato.

La generazione genealogica è davvero lo strumento migliore?

Un bisnipote di un italiano può parlare italiano, partecipare alla vita di un’associazione italiana, conoscere il paese dal quale partì il proprio antenato, trascorrere periodi in Italia, studiare nelle nostre università e mantenere relazioni familiari ed economiche con il nostro Paese.

Un discendente genealogicamente più vicino potrebbe, al contrario, non avere alcuno di questi rapporti.

La distanza genealogica e la distanza culturale non sono necessariamente la stessa cosa.

Se l’obiettivo dello Stato è individuare un legame effettivo con l’Italia, sarebbe quindi ragionevole interrogarsi sull’opportunità di utilizzare anche elementi capaci di descrivere quel rapporto reale: conoscenza della lingua, periodi di residenza, studio in Italia, partecipazione alle comunità italiane all’estero, rapporti familiari, culturali o economici con il territorio di origine.

È una questione sulla quale può esistere più di una soluzione legislativa.

Ma ridurre un fenomeno storico complesso a una semplice distanza generazionale rischia di non rappresentare la realtà delle nostre comunità nel mondo.

Non tutti cercavano un passaporto europeo

Esistono certamente persone che hanno guardato alla cittadinanza italiana prevalentemente come strumento di mobilità nell’Unione europea.

Negarlo sarebbe poco credibile.

Esistono anche fenomeni commerciali sviluppatisi intorno alle procedure di riconoscimento della cittadinanza e un contenzioso giudiziario diventato negli ultimi anni molto significativo.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato trasformare questi fenomeni nell’immagine complessiva degli italo-discendenti.

Dietro le domande di cittadinanza esistono storie profondamente diverse.

Esistono famiglie che hanno mantenuto per generazioni il rapporto con l’Italia.

Esistono persone che hanno imparato la nostra lingua.

Esistono associazioni italiane che operano da cento anni fuori dall’Italia.

Esistono discendenti che recuperano case abbandonate nei piccoli Comuni, frequentano università italiane, investono, lavorano e decidono di trasferirsi nel nostro Paese.

Una politica pubblica seria dovrebbe essere capace di distinguere queste realtà.

Una questione ancora aperta anche sul piano giuridico

Esiste inoltre un elemento che oggi impedisce di considerare definitivamente chiuso il dibattito.

Nel 2026 diversi giudici hanno sollevato questioni di legittimità costituzionale sulla nuova disciplina.

La stessa CIM è intervenuta nei relativi giudizi costituzionali sostenendo l’esistenza di un interesse delle comunità italiane nel mondo rispetto agli effetti della nuova normativa.

E nel luglio 2026 la Corte costituzionale ha compiuto un passaggio particolarmente significativo.

Con l’ordinanza n. 147 del 2026 ha deciso di sottoporre alla Corte di giustizia dell’Unione europea una questione relativa alla compatibilità con gli articoli 9 del Trattato sull’Unione europea e 20 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea della disciplina che preclude l’acquisto della cittadinanza anche a persone nate all’estero prima dell’introduzione dell’articolo 3-bis e in possesso di un’altra cittadinanza, salvo le eccezioni previste dalla legge.

Questo non significa che la riforma sia stata dichiarata illegittima.

Significa però che uno dei suoi aspetti più delicati è oggi oggetto di un confronto giuridico che ha raggiunto anche il livello europeo.

Ed è un dato che merita attenzione.

Il paradosso italiano

Esiste infine una contraddizione sulla quale la CIM invita le istituzioni a riflettere.

Da una parte l’Italia investe risorse pubbliche per ricostruire il rapporto con i propri discendenti nel mondo.

Promuoviamo il Turismo delle Radici.

Cerchiamo di riportare gli italo-discendenti nei piccoli Comuni.

Organizziamo iniziative culturali all’estero.

Promuoviamo la lingua italiana.

Cerchiamo studenti internazionali nelle nostre università.

Parliamo di contrasto allo spopolamento e di ritorno nei territori dai quali partirono milioni di italiani.

Dall’altra parte abbiamo ristretto uno dei più forti strumenti storici attraverso i quali quella stessa comunità aveva mantenuto il proprio collegamento istituzionale con l’Italia.

È difficile costruire contemporaneamente una politica del ritorno e una politica della distanza senza spiegare alle nostre comunità come queste due strategie possano convivere.

La cittadinanza non può essere l’unico rapporto. Ma non può essere cancellata dalla storia.

La CIM non ritiene che qualsiasi discendenza, indipendentemente dalle circostanze, debba necessariamente produrre senza limiti gli stessi effetti giuridici.

Uno Stato ha il diritto e la responsabilità di disciplinare l’acquisto della propria cittadinanza.

Ma proprio perché la cittadinanza riguarda l’appartenenza a una comunità nazionale, una sua riforma dovrebbe tenere conto anche della storia sulla quale quella comunità è stata costruita.

L’emigrazione italiana non è un incidente marginale del nostro passato.

È uno dei grandi processi della storia nazionale.

Milioni di italiani lasciarono il Paese portando con sé lingua, famiglie, tradizioni e identità. I loro discendenti costituiscono oggi una comunità enormemente più vasta dei soli cittadini residenti nella penisola.

Non possiamo chiedere a queste persone di riscoprire l’Italia soltanto quando possono essere utili al turismo, all’economia dei piccoli Comuni o alla promozione della cultura italiana.

Il rapporto deve essere reciproco.

Ricostruire il rapporto

Per questo la CIM ritiene necessario aprire una nuova fase.

Occorre certamente garantire procedure sostenibili, combattere gli abusi e individuare criteri capaci di dimostrare l’esistenza di un rapporto effettivo con l’Italia.

Ma occorre contemporaneamente ricostruire la fiducia con quella parte della diaspora che oggi sente che il proprio Paese d’origine le abbia voltato le spalle.

La questione della cittadinanza non riguarda soltanto quanti passaporti vengono rilasciati.

Riguarda la risposta che l’Italia intende dare a una domanda molto più semplice, che milioni di discendenti continuano a rivolgerle: facciamo ancora parte della vostra storia?

Per la Confederazione degli Italiani nel Mondo, la risposta non può dipendere esclusivamente dal numero delle generazioni trascorse dall’emigrazione.

La storia dell’Italia non termina ai suoi confini.

E nemmeno la sua comunità.