Sanità e italiani nel mondo: un diritto recuperato al prezzo di 2.000 euro l’anno?

Una riflessione della CIM – Confederazione degli Italiani nel Mondo

La legge 12 giugno 2026, n. 111 affronta finalmente una questione che per molti anni è rimasta irrisolta: l’accesso al Servizio sanitario nazionale dei cittadini italiani iscritti all’AIRE e residenti fuori dall’Unione europea e dai Paesi EFTA.

Il punto di partenza della riforma è condivisibile: riconoscere che esiste un problema concreto nel rapporto tra cittadinanza italiana, residenza all’estero e tutela sanitaria durante i periodi trascorsi in Italia.

La soluzione scelta dal legislatore, tuttavia, solleva una questione altrettanto importante.

Per ottenere la tessera sanitaria nazionale e accedere alle prestazioni del SSN, il cittadino interessato deve infatti versare 2.000 euro ogni anno.

Non 200 euro.

Duemila euro per ciascun adulto.

È su questa cifra, e soprattutto sul principio che essa esprime, che la Confederazione degli Italiani nel Mondo ritiene necessario aprire una riflessione.

Cosa cambia realmente

Prima della riforma, il cittadino italiano che trasferiva la propria residenza in uno Stato privo di una convenzione sanitaria applicabile con l’Italia perdeva, con l’iscrizione all’AIRE, l’ordinaria assistenza del Servizio sanitario nazionale.

La normativa prevedeva alcune limitate eccezioni. In particolare, gli emigrati nati in Italia e i titolari di pensione italiana, in assenza di altra copertura sanitaria pubblica o privata, potevano beneficiare gratuitamente delle prestazioni ospedaliere urgenti durante il soggiorno temporaneo in Italia per un massimo di 90 giorni nell’anno.

La legge n. 111 del 2026 modifica profondamente questo quadro per gli AIRE residenti nei Paesi extra-UE ed extra-EFTA.

Questi cittadini possono ora essere iscritti presso una ASL italiana e ottenere una tessera sanitaria valida sul territorio nazionale.

La tessera consente l’accesso alle prestazioni del Servizio sanitario nazionale ed è valida per dodici mesi continuativi.

Ma per ottenerla è necessario pagare un contributo annuale di 2.000 euro, non frazionabile.

Un passo avanti che contiene una contraddizione

La riforma riconosce implicitamente l’esistenza di un problema che le comunità italiane all’estero denunciano da tempo.

Il cittadino italiano residente fuori dall’Italia non cessa di essere cittadino quando si iscrive all’AIRE.

Mantiene il diritto di voto, il passaporto italiano, i rapporti con l’amministrazione italiana e la propria appartenenza alla comunità nazionale.

La residenza all’estero determina però conseguenze rilevanti sul piano dell’assistenza sanitaria.

La nuova legge prova a colmare questa distanza.

Ma lo fa trasformando l’accesso pieno al sistema sanitario in una possibilità subordinata al pagamento di una somma considerevole.

È qui che emerge il punto più delicato.

Duemila euro all’anno possono rappresentare una cifra sostenibile per alcuni cittadini e una barriera economica molto significativa per altri.

Una famiglia italiana residente all’estero

Consideriamo concretamente gli effetti della norma.

Una coppia adulta residente in un Paese extra-UE interessato dalla legge dovrebbe versare complessivamente 4.000 euro all’anno se entrambi volessero disporre della tessera sanitaria italiana.

I figli minorenni possono invece essere esonerati dal contributo quando almeno un genitore o il tutore legale possiede una tessera sanitaria nazionale valida ai sensi della nuova disciplina.

La protezione dei minori costituisce quindi un elemento positivo della legge.

Rimane però il problema del costo imposto agli adulti.

Soprattutto perché il contributo non è costruito, nella formulazione legislativa, sulla base del reddito individuale.

Lo stesso importo può riguardare un cittadino con un reddito molto elevato e un pensionato o un lavoratore residente in un Paese nel quale 2.000 euro rappresentano una parte considerevole del reddito annuale.

Roma, Buenos Aires e San Paolo non hanno lo stesso reddito

Questo elemento assume particolare importanza quando parliamo di italiani nel mondo.

Gli iscritti AIRE non costituiscono una categoria economicamente omogenea.

Vivono in Paesi caratterizzati da livelli salariali, sistemi previdenziali, valute e costi della vita profondamente differenti.

Applicare lo stesso contributo nominale a cittadini che vivono in condizioni economiche così diverse produce inevitabilmente effetti differenti.

Duemila euro hanno un peso relativo diverso per un cittadino residente in Svizzera, negli Stati Uniti, in Argentina o in Brasile.

La questione, quindi, non è soltanto stabilire se sia legittimo richiedere una partecipazione economica a chi non risiede stabilmente in Italia.

La domanda più precisa è un’altra: è ragionevole che questa partecipazione sia identica per tutti, indipendentemente dal reddito e dalla situazione economica del cittadino?

La questione era emersa anche durante l’esame parlamentare della legge, quando furono presentate proposte dirette a ridurre il contributo o a modularlo in funzione del reddito.

Quelle proposte non sono confluite nel testo definitivo.

Contributo o barriera all’accesso?

Occorre inoltre distinguere due problemi.

Il primo riguarda il principio della contribuzione.

Un cittadino residente stabilmente all’estero normalmente non partecipa al finanziamento del sistema sanitario italiano nelle stesse modalità di chi vive e produce reddito in Italia.

È quindi possibile comprendere la scelta di prevedere una forma di partecipazione economica per ottenere una copertura sanitaria annuale.

Il secondo problema riguarda invece l’entità e la struttura di quella contribuzione.

Sono due questioni differenti.

Contestare l’importo di 2.000 euro non significa necessariamente sostenere che qualsiasi forma di contribuzione debba essere eliminata.

Significa chiedersi se il sistema avrebbe potuto essere costruito secondo criteri maggiormente proporzionati.

Reddito, età, durata effettiva della permanenza in Italia e situazione familiare avrebbero potuto rappresentare parametri da prendere in considerazione.

Il problema dei soggiorni brevi

Esiste poi un’altra particolarità.

La contribuzione prevista dalla legge è annuale e non frazionabile.

Questo significa che la disciplina non distingue, attraverso l’importo, tra chi trascorre molti mesi in Italia e chi vi ritorna soltanto per alcune settimane.

È una questione particolarmente rilevante per gli italiani nel mondo.

Molti iscritti AIRE non hanno infatti necessità di una copertura sanitaria italiana permanente.

Tornano in Italia per visitare i familiari, trascorrere alcune settimane nel Comune di origine o soggiornare nel Paese durante determinati periodi dell’anno.

Per queste persone il rapporto tra durata del soggiorno e contributo richiesto merita una valutazione specifica.

Un sistema articolato per periodi di copertura, oppure differenziato in relazione alle prestazioni richieste, avrebbe potuto rispondere diversamente a questa esigenza.

Il paradosso delle politiche per gli italiani nel mondo

La questione sanitaria deve essere osservata anche insieme alle altre politiche italiane rivolte alla diaspora.

L’Italia investe nel Turismo delle Radici.

Invita gli italo-discendenti a riscoprire i Comuni di origine.

Promuove programmi culturali e linguistici all’estero.

Cerca di attrarre studenti internazionali nelle università italiane.

Discute di politiche di ritorno e di strumenti attraverso i quali contrastare lo spopolamento dei piccoli Comuni.

Contemporaneamente, il cittadino italiano residente in molti Paesi extraeuropei che desidera disporre della copertura del SSN durante la propria permanenza in Italia deve sostenere un costo di 2.000 euro all’anno.

Sono politiche che perseguono finalità differenti, ma che finiscono inevitabilmente per incontrarsi quando osservate dalla prospettiva di chi vive all’estero.

Se vogliamo rafforzare il rapporto con gli italiani nel mondo, anche l’accessibilità ai servizi durante il soggiorno in Italia diventa parte di quella relazione.

Non chiediamo privilegi

La questione non dovrebbe essere trasformata in una contrapposizione tra cittadini residenti in Italia e cittadini residenti all’estero.

Il Servizio sanitario nazionale ha costi considerevoli e deve essere finanziariamente sostenibile.

Chi vive all’estero si trova inoltre in una situazione contributiva differente rispetto a chi risiede stabilmente in Italia.

Sono elementi che devono essere riconosciuti.

Ma riconoscerli non impedisce di interrogarsi sulla proporzionalità della soluzione adottata.

Tra l’assistenza sanitaria completamente gratuita e un contributo uniforme di 2.000 euro esiste un ampio spazio nel quale sarebbe possibile costruire modelli differenti.

Una contribuzione collegata al reddito.

Una tariffa differenziata per fasce d’età.

Una copertura per periodi inferiori all’anno.

Una disciplina specifica per pensionati e persone economicamente vulnerabili.

Una copertura limitata ad alcune prestazioni.

Sono ipotesi diverse, ciascuna con costi e conseguenze che dovrebbero essere valutati sulla base dei dati.

Prima di fissare il prezzo, misuriamo il fenomeno

Per la CIM esiste soprattutto una domanda alla quale sarebbe utile dare una risposta trasparente.

Quanto costa realmente al Servizio sanitario nazionale l’assistenza agli italiani residenti all’estero durante i loro soggiorni temporanei in Italia?

Quanti iscritti AIRE utilizzano effettivamente queste prestazioni?

Qual è la loro permanenza media?

Qual è il costo sanitario medio per cittadino?

E soprattutto: su quali dati è stato individuato l’importo uniforme di 2.000 euro?

Una politica pubblica efficace dovrebbe permettere di confrontare il contributo richiesto con il costo effettivamente generato dalla popolazione interessata.

Una riforma importante, ma non necessariamente definitiva

La legge n. 111 del 2026 compie comunque un passaggio importante.

Per la prima volta viene costruito uno strumento specifico che consente a una parte molto ampia degli iscritti AIRE residenti fuori dall’Europa di accedere al Servizio sanitario nazionale attraverso una tessera sanitaria italiana.

Questo risultato non deve essere ignorato.

Ma proprio perché la strada è stata finalmente aperta, diventa possibile discutere seriamente di come migliorarla.

La questione non dovrebbe essere se gli italiani all’estero debbano contribuire oppure no.

Dovrebbe essere come costruire una contribuzione sostenibile, proporzionata e compatibile con le condizioni economiche estremamente diverse delle nostre comunità nel mondo.

L’Italia possiede una comunità globale.

Se vogliamo realmente considerarla una risorsa e una parte della nostra storia nazionale, anche le nostre politiche pubbliche devono imparare a riconoscere questa dimensione.

Il diritto alla salute costituisce forse il terreno più concreto dal quale iniziare questa riflessione.

CIM – Confederazione degli Italiani nel Mondo